Ieri mattina ho accompagnato le classi dei 4 e 5 anni in un parco indigeno, qui nella Cidade de Goiás. Si chiama Pousada Dona Sina ed è uno spazio verde molto grande, dalla vegetazione meravigliosa, dove abbiamo avuto come guida Tio Luciano, uno dei primi bambini incontrati da Antonella, che ha contribuito insieme a lei e ad altre persone alla fondazione della scuola.
Nei mesi di settembre, ottobre e novembre a scuola si affronta un progetto molto importante. Attraverso attività ludiche, didattiche e visite esterne i bambini apprendono quali sono le tre radici della cultura brasiliana. Dalle radici portoghesi, si passa alle radici indigene per poi scoprire nel mese di novembre le radici africane. Un progetto molto importante per l’identità di ciascun bambino.
La comprensione delle proprie origini è un processo di crescita fondamentale per la costruzione dell’identità. Da dove veniamo? Perché siamo fatti così? Chi siamo?
Avvicinarsi ai propri antenati, conoscere la storia del proprio popolo per comprenderne le disuguaglianze e i privilegi. Esplorare le ferite storiche ancora oggi aperte, che hanno marcato profondamente la vita di chi viveva in questo territorio da migliaia di anni e di chi invece vi è stato portato contro la propria volontà. Le generazioni si tramandano storie, tradizioni, ma anche sofferenze.
Così, con le due classi abbiamo vissuto una mattina come gli indigeni nella foresta. Abbiamo degustato tanti frutti diversi, che io non potevo neanche immaginare che esistessero. Si tratta di frutta tipica del Cerrado, questo particolare bioma che ricopre il 20% del territorio brasiliano.
Mi sono sentita a casa solo vedendo i banani e i manghi, ma per il resto non conoscevo assolutamente nulla. Come le banane e gli avocadi, la frutta tropicale è spesso molto densa e nutriente. Ho potuto provare la mangusta, un frutto dalla polpa bianca e dalla consistenza simile all’avocado, i cagaita, che sono delle grandi bacche gialle dal sapore deliziosamente dolce e i caju, i frutti nella fotografia, che conoscete anche voi, perché sono i frutti attaccati agli anacardi! Sono buonissimi e molto aspri. Un frutto che non mi è piaciuto per niente, perché troppo forte – infatti con il suo estratto si fanno i liquori – è il genipapo. Devo dire che fa anche un po’ impressione. Il jaca è il frutto più grande che io abbia mai visto: sarà grande almeno mezzo metro e una volta aperto ha una polpa gialla dalla consistenza filamentosa e dei grossi semi. I bambini hanno adorato il jatobà, una radice durissima che contiene dei semi avvolti da una polvere verde che lascia molto pigmento: vi lascio immaginare come era divertente vederli cercare di aprire disperatamente le radici contro gli alberi e poi riempirsi le boccucce di quella farina verde, come fosse Nutella! Non sono stati molto apprezzati gli araticum, delle bacche molto dure e i pequi, il frutto più temuto del Cerrado perché pieno di spine. La cosa più simile a una mandorla è il cocco baru, che ha un guscio talmente duro che va aperto con uno schiaccianoci gigantesco dalla lama tagliente. Dicono che sia afrodisiaco, le maestre sono state avvisate!
Come avete visto abbiamo iniziato la giornata con una scorpacciata di frutta, intonando i canti degli indiani d’America con la mano davanti alla bocca. Mancavano solo le piume, ma Luciano ci ha mostrato altri frutti spinosi che contengono un pigmento rosso usato per dipingere i volti, l’urucum. I bambini sono tornati a scuola tutti letteralmente con la pelle rossa. Direi un esperimento culturale molto ben riuscito!

