Ho scritto questo articolo alcune settimane fa, non riuscendo a decidermi se pubblicarlo o meno. I recenti avvenimenti mondiali, mi hanno fatta riflettere su quanto la mia volontà di avvicinare culture diverse partendo dalla mia prospettiva di adattamento a un’altra cultura possa invece aver senso. Penso che tutti noi esseri umani apparteniamo a una matrice di senso che si radica con diversi gradi di libertà individuali alle nostre origini, ai nostri affetti, alla nostra lingua e ai nostri costumi. Qualunque cambiamento che coinvolga uno di questi elementi mette alla prova, perché costringe a modificare delle parti profondamente identitarie. Una seconda prospettiva privilegiata in quest’articolo è dedicata al Paese che mi ospita, che fin dai primi giorni mi ha spinta a cambiare punto di vista. Vi lascio, quindi, alla lettura, sperando che la mia piccola esperienza possa servire in minima parte ad avvicinarsi alle numerose vite costrette a mettere in discussione questi pilastri da eventi esterni.

Ho bisogno di scrivere. Per capire cosa sta succedendo. Per raccogliere tutti i miei pezzi. Sono tanti i cambiamenti da quando sono arrivata. Mi sento a casa, ma non è casa mia. Per me la casa l’hanno sempre costituita le persone e queste persone brasiliane mi fanno sentire profondamente a casa. Quello che mi manca sono le altre mie persone-

Può essere doloroso dividere la propria casa per il mondo. So che chi abita in paesi lontani dal proprio mi può capire.
Io ho la fortuna di sapere che nella mia casa principale tornerò, la forza di sapere che ho scelto questa casa con la naturalezza con cui ci si fida delle piccole cose che rendono felici, con l’entusiasmo con cui si realizzano i propri sogni più grandi.

Non tutti hanno questa fortuna.

Alcuni semplicemente non possono tornare.

Alcuni si trovano lontani e scoprono la loro casa distrutta.

Altri, sempre da remoto apprendono la notizia di aver già dato quell’ultimo abbraccio alle persone che più componevano il loro focolare.

Peggio, non poter tornare.

Peggio, non riuscire nemmeno lontanamente a chiamare casa il posto in cui si è costretti a stare.

Sono tanti i brasiliani che arrivano in Europa, soprattutto in Portogallo, Spagna e Italia a cercare fortuna. Altrettante persone arrivano dai Paesi confinanti in cui si parla spagnolo. I più fortunati con l’illusione di trovare un lavoro e di arricchirsi, ma altri ricaduti nella tratta o vittime di un sistema di criminalità organizzata, che noi per primi sappiamo cosa voglia dire aver portato oltreoceano.

Tantissimi sono i migranti che arrivano in Europa dall’Africa o dal Medio Oriente su imbarcazioni di fortuna con la promessa di un futuro migliore. La verità è che se il mare non è l’ultimo posto che vedono, il posto successivo è spesso la strada.

I rifugiati, quella particolare categoria ipocritamente protetta – nel senso che a volte la loro protezione non viene garantita coi fatti -, che scappa da guerre o morte certa: riuscite a pensare come possa essere da un giorno all’altro trovarsi costretti a lasciare la propria casa, a salutare – se si fa in tempo – i propri cari e scappare in un luogo remoto del mondo che neanche avete mai sentito nominare, e con i nemici alle calcagna?

Una volta ho conosciuto un ragazzo pakistano con un’enorme ferita da proiettile su una gamba provocata dai Talebani, mentre stava tentando di fuggire per raggiungere l’Europa. Il passo successivo fu tentare per 8 volte di attraversare il muro di confine tra la Turchia e la Grecia, che deve aver tratto ispirazione dal muro di Berlino. Ho parlato con una ragazza afghana a cui era stata uccisa tutta la famiglia dai talebani: lei sarebbe stata la prossima. E ora questa nuova e vecchia guerra: altra sofferenza che si aggiunge al mondo, in un territorio già martoriato, in una popolazione a cui non è bastato sottrarre tutto da decenni.

Catastrofi naturali, sempre di più. Così noi in Europa ci troviamo ad accogliere tutta una serie di migranti climatici, lamentandoci di essi, come ci lamentiamo dei nubifragi che devastano le nostre città, che a breve faticheremo a riconoscere.

Quanta sofferenza portano queste persone? Quante domande ci costringono a porci? Quante domande invece non ci poniamo, perché farebbero soffrire anche noi se le affrontassimo?

È meraviglioso stare a casa, senza muoversi mai. Le persone che amiamo vicino, il nostro bar di fiducia aperto dal secolo scorso e le feste, la gioia, la sicurezza di un posto conosciuto talmente bene che è esso stesso che parla di noi, prima ancora che noi possiamo trovargli un nome.

Così mi sento, qui a Goiás. Arrivata in un luogo che pensavo molto difficile, e che di fatto lo è, con le persone che incontro che mi chiedono, con la stessa apprensione sincera con cui noi parliamo del Brasile e del paesi latinoamericani, come sia difficile la vita in Italia. E non parlano di me, che sono una privilegiata, vissuta in condizioni fortunate, ma di quelli che abitano le strade, di quelli che troppo spesso noi neanche vediamo, degli invisibili d’Europa, per cui qui la gente si preoccupa.

Un’inversione di ruoli rispetto alla nostra prospettiva eurocentrica: un’ulteriore apertura di occhi su quel mondo diffuso su tutto il globo fatto di esseri umani che coltivano la solidarietà e la preoccupazione per l’Altro, anche a chilometri di distanza, anche oltreoceano.


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